Primo viaggio a Sarajevo ottobre 2003

Sarajevo, una speranza per la pace: LE “SCUOLE PER L’EUROPA”
Racconto del viaggio dell’Associazione a Sarajevo – Ottobre 2003

Dieci compagni di viaggio, 11 ore di macchina per percorrere 950 chilometri: inizia così alle 5 di mattina del 10 Ottobre il viaggio che da Osteria Grande ci porterà a Sarajevo.

Lasciata Trieste alle nostre spalle attraversiamo velocemente la splendida Slovenia dominata dai caldi colori dell’autunno, passiamo in Croazia e nel primo pomeriggio entriamo in Bosnia Erzegovina.

I primi 30 chilometri del percorso in territorio bosniaco ci pongono di fronte alla terribile realtà che queste popolazioni hanno vissuto nel periodo 1992- ’95: la quasi totalità delle case sono a cielo aperto, tetti e infissi non esistono più, le mura sono annerite dal fumo degli incendi e delle esplosioni.


Le conseguenze della pulizia etnica

Continuando verso Sarajevo su una strada che ci fa rimpiangere le nostre autostrade, il paesaggio migliora, i piccoli villaggi che attraversiamo sono spesso dominati dalla esile e slanciata torre di un minareto a ricordarci che la popolazione cattolica è una minoranza rispetto a quella mussulmana
(13% e 65% rispettivamente).

Un incontro casuale in occasione della nostra ultima sosta ci sembra quasi un segno della Provvidenza: ci porta davanti alla sede dell’Arcivescovado un poliziotto bosniaco che abbiamo incontrato casualmente in una piazzola di sosta a 30 chilometri dalla meta e che si è offerto di salire su una delle nostre 2 macchine e portarci a destinazione.

La capitale della Bosnia Erzegovina ha circa mezzo milione di abitanti, è adagiata in una ampia conca circondata da alte colline dalle quali è stata assediata per opera delle milizie serbe per quattro lunghi anni.


Sarajevo

La cattedrale cattolica, la moschea, la sinagoga e la cattedrale ortodossa, tutte ubicate nel centro della città e comprese nel raggio di un chilometro, sottolineano colla loro presenza le diverse religioni professate in Bosnia.
Questa città, in cui ancora oggi sono evidenti le conseguenze del conflitto interetnico,è una terra di forti contrasti, ogni occasione è buona per coglierli: un palazzo di fianco alla cattedrale cattolica è stato per metà restaurato da una banca, l’altra metà è priva del tetto e sulla facciata riporta le conseguenze dei bombardamenti della guerra.

Ad eleganti negozi del centro frequentati da una scarsa clientela si contrappongono, a poche decine di metri di distanza, mercati improvvisati dove persone provenienti dalla periferia occupano una parte del marciapiede, sopra alcune cassette espongono e commerciano il frutto del lavoro della terra (verze, cavoli, patate, sedani).


Mercato spontaneo in pieno centro città

I giovani, speranza del futuro di questa nazione, sono tantissimi: li vedi gioire mentre percorrono le strade del centro vestiti coi colori della loro nazionale di calcio, mentre sventolano le bandiere della Bosnia e si recano allo stadio per assistere alla partita della loro nazionale impegnata nel turno eliminatorio del campionato europeo contro la Danimarca.

Ho quasi la sensazione che questo entusiasmo, questa felicità siano anche originati dalla voglia di mettersi il passato definitivamente alle spalle : credo che questi giovani, avvicinandosi allo stadio, non potranno non ricordare che nella zona sportiva un campo di calcio è stato utilizzato come cimitero per seppellire parte dei 13.000 morti della guerra (3.000 di questi erano bambini, probabilmente loro coetanei).


Cimitero ricavato nel Quartiere olimpico (13.000 morti)

Mons. Pero Sudar, Vescovo Ausiliare di Sarajevo e presidente della Commissione Giustizia e Pace della Bosnia Erzegovina, ci accoglie con gioia e ci ospita nel convitto di una delle scuole interetniche gestite dalla Diocesi di Sarajevo. Queste scuole che attualmente ospitano più di 4000 ragazzi a Sarajevo, Tuzla, Mostar, rappresentano l’impegno diretto della Chiesa cattolica bosniaca nel sostenere i motivi del convivere per evitare che la fragile pace decretata dalle armi possa sfociare nuovamente in conflitto.

In queste scuole che abbiamo visitato studiano assieme cattolici, ortodossi e mussulmani: queste istituzioni vogliono dimostrare che l’unica possibilità che il mondo ha consiste nell’imparare a vivere assieme rispettando le differenze, riconoscendo l’altro per quello che è con la sua storia, la sua cultura, la sua religione. Queste scuole cercano di dare una speranza a giovani che, travolti da una disoccupazione che supera il 40% e da un reddito medio per chi lavora di circa 300 euro mensili, sono attratti dall’andarsene in paesi stranieri per sfuggire a questo stato di estrema precarietà.


Scuole per l’Europa: modello di convivenza e laboratorio di Pace

La Diocesi di Sarajevo, grazie a diversi contributi della Conferenza Episcopale Italiana, di alcune Diocesi del nostro paese e di alcune istituzioni tedesche, ha fino ad oggi speso 32 Milioni di Euro per il finanziamento di questa attività e tale cifra, a dimostrazione dell’importanza che viene data a questa iniziativa, rappresenta il capitolo di spesa più elevato del bilancio della intera Diocesi.

L’abnegazione con cui Mons. Sudar porta avanti il suo programma di aumentare il numero di ragazzi che possano accedere alle scuole interetniche è sicuramente degna di lode e meritevole della solidarietà tangibile della nostra comunità parrocchiale, questo è il convincimento col quale siamo tornati dal nostro viaggio a Sarajevo : le “Scuole per l’Europa” (così sono chiamate le scuole interetniche bosniache) meritano il nostro aiuto per la costruzione di un mondo dove regni sovrano l’anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi (così Papa Giovanni XXIII definisce la pace).